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L’ estasi del Cavalier Calabrese. Mattia Preti – Alessandra Di Castro Roma

Mattia Preti: San Giovanni Evangelista, 1651-1652, olio su tela; cm 63 x 48. Collezione privata.
Alessandra di Castro.

Malgrado la spiccata propensione per lo stile di Caravaggio, Mattia Preti in realtà ha uno stile personale, che mescola il classicismo, il barocco, il naturalismo, e con grande maestria ha mescolato queste correnti così diverse tra loro, ma valide allo stesso modo, prendendone gli elementi fondamentali e adeguandoli ad espressività e continua ricerca.

La piccola tela raffigura san Giovanni Evangelista fra sprazzi di cielo e nuvole dalle diverse tonalità azzurre, brune e grigio-argentee. Ripreso di sotto in su, egli è seduto a cavalcioni sulla nuvola maggiormente in primo piano; posizione che permette alla gamba sinistra di pendere nel vuoto e al piede di mostrare la pianta di scorcio con estrema naturalezza e correttezza di disegno, aiutati senz’altro dalla resa pittorica delle ombre e delle luci perfettamente calibrate e fra esse coerenti. Vestito di panno verde-bruno, che gli avvolge interamente i fianchi e che è tenuto da una fascia rosa, una sorta di bretella, che passa per la spalla destra, il Santo indossa un ampio mantello rosso, che è avvolto sulla gamba e sul braccio destro e girato sul dorso: un lembo è fermato sotto la sua figura seduta sulla nuvola e un altro svolazza indietro e verso l’angolo destro superiore, lasciando così in vista il resto del corpo con il petto, il braccio e la gamba sinistra nudi. La disposizione del mantello accompagna e rende più evidente il contrapposto e la torsione del corpo, basati su un movimento a spirale che parte dal basso, precisamente dalla punta del piede destro, che si intravvede poggiata sulla nuvola, e si apre nel gesto delle braccia rivolte verso sinistra, facendo perno sull’asse ideale impostato tra il ginocchio sinistro e la testa recline all’indietro, girata verso sinistra e con lo sguardo rivolto in alto. La posizione del braccio sinistro, che passa proprio davanti al collo, rende molto evidente questa composizione a spirale; esso è steso per assecondare la mano che sorregge la tavola, poggiata sulla coscia destra, su cui è ripiegato un rotolo interamente vergato e tenuto fermo dalla stessa mano. La mano destra, che impugna la penna d’oca con cui è stato scritto il rotolo e se ne intravede la punta, tagliata e ancora tinta d’inchiostro, è più distante e indietreggiata dalla tavola, quasi a significare che il momento raffigurato è quello in cui san Giovanni Evangelista è immerso nella visione che sta trascrivendo, quasi a recepirne il dettato; probabilmente si tratta proprio della visione ricevuta a Patmos in cui egli, rapito in estasi, ebbe il comando da “una voce potente, come di tromba” di scriverla in un libro e mandare poi questo “alle sette Chiese”. Si uniscono perciò alla figura del Santo: un’aquila, posta in basso fra le nuvole e le gambe del Santo, che, richiamata più volte nel libro dell’Apocalisse, è tra l’altro la prefigurazione stessa di san Giovanni Evangelista, come dall’esegesi della visione del Tetramorfo di Ezechiele; un angelo, in basso a destra, rappresentato senza ali nell’ombra portata e gettata dalla grande nuvola, che regge un libro chiuso e forse allude proprio all’invio del libro che il Santo sta scrivendo alle “sette Chiese” oppure e forse più verosimilmente al Vangelo che questi ha composto.

Il dipinto è stato riconosciuto come bozzetto autografo per il San Giovanni Evangelista realizzato da Mattia Preti, tra il 1651 e il 1652, in uno dei pennacchi della cupola della chiesa del Carmine di Modena, oggi chiamata di San Biagio, e di conseguenza è stato inserito nell’ampia serie di disegni e bozzetti individuati dagli studi a riguardo di questa importante impresa pittorica e che, da un lato, testimoniano l’attenzione che il pittore era solito profondere nei suoi lavori di grande impegno, soprattutto murali ad affresco per la specificità tecnica che richiede approfondimenti preparatori prima dell’esecuzione finale, e, dall’altro, permettono di conoscere senz’altro meglio sia il ‘percorso formale’ dal progetto alla realizzazione pittorica finale e sia di disquisire sulle distinte fonti visive e pittoriche, nonché sulle personali caratteristiche grafiche.